Appunti su “La produzione della follia”

Maristella per Lautoradio

Venerdì 12 aprile 2019 ho partecipato all’incontro con Alberto Grohmann, su
“La produzione della follia” .

Vorrei premettere, per chi non lo conosce, che il professore emerito Alberto Grohmann, storico dell’economia e studioso dell’età medioevale, è persona di grande e viva cultura, e che nel 2017 gli è stata negata (dal Consiglio comunale, in votazione segreta) l’iscrizione nell’Albo d’oro dei cittadini che hanno dato lustro alla città, in cui risiede e a cui ha dedicato studi di riconosciuta rilevanza. In perfetta coerenza con le scelte culturali della attuale amministrazione.

Quelle che propongo sono solo alcune riflessioni, non certo una sintesi, scaturite dall’ascolto dell’intervento davvero ampio del professor Grohmann, certamente non nuove per antropologi e per chi conosce il pensiero di Michel Foucault, ma di attualità, particolarmente in connessione con le attuali leggi su sicurezza e migrazione.

Se il folle è chi non si adegua alle richieste della società in cui vive appare evidente che la definizione di follia cambia con il cambiare delle condizioni sociali: in una società con economia in espansione e scarsa popolazione è necessario il lavoro di tutti e non si va tanto per il sottile nell’inclusione sociale.

Ma nei periodi di crisi e di maggiore occupazione del territorio si comincia a selezionare, ed escludere, i devianti, i diversi.

E chi viene identificato come diverso? Sicuramente i malati, poi i “lunatici” e chi si sottrae ai ruoli che la società gli assegna: la prima divisione si incardina sulla sessualità; naturalmente l’accettazione sociale è però garantita a chi, per censo o nobiltà, può permettersi di esibire i suoi gusti senza grandi timori.

Ma per omosessuali a lungo ci sarà condanna, e perfino l’eliminazione fisica: rinchiusi o uccisi; così per le donne, cui è assegnato il compito della riproduzione, di cui è garanzia la passività e l’assenza di piacere sessuale, se no manicomio (lo stigma sociale per l’esercizio del sesso senza riproduzione è diffuso ancor oggi e il manicomio lo è stato fino al ventennio fascista, anche per quelle che si sottraevano semplicemente al compito di accudimento familiare)

Inadeguato è anche lo straniero, a meno che non sia ricco; e anche in questo caso il pensiero corre all’oggi: chi spende e viaggia per diletto è turista, chi fugge dal suo paese e cerca lavoro è migrante, inviso e considerato pericoloso, e riceve un trattamento ben diverso dal viaggiatore che spende denaro.

Deviante è il povero, soprattutto perché gli si imputa di non voler uscire dal suo stato di povertà, che diventa colpa , in una società “operosa” che non può tollerare persone improduttive ( e anche in questo caso ho pensato alla violenza delle dichiarazioni sulle norme “anti-divano” del cosiddetto reddito di cittadinanza, quasi che la disoccupazione non sia un portato del capitalismo).

E l’isolamento si fa segregazione e allontanamento dai “sani” fino ad apprestare la nave dei folli, che li porti altrove depurandone la società – ma quanto somiglia a tenere al largo le navi cariche di migranti, impedendone lo sbarco?-

Non mi soffermo sui trattamenti psichiatrici, vere e proprie torture, del corpo e più recentemente anche farmacologiche, molto interessante la statistica delle cause di internamento nel manicomio di Charenton, che purtroppo non ricordo a memoria.

Vorrei ricordare invece che tra i devianti sono stati inclusi da tutti i regimi i ribelli all’ordine esistente, perfino estendendo la diagnosi di alienazione mentale ai familiari, come nel caso di Giovanni Passannante, che per un attentato, fallito, a Umberto I finì la sua vita in manicomio e il cui cranio rimase esposto fino al 2007, studiati alla ricerca delle caratteristiche del “criminale”

Infine una considerazione del relatore sul liberismo e liberalismo, definito il sistema più coercitivo che esista.

Ho pensato di suggerire qualche lettura:

Michel Foucault- Storia della follia nell’età classsica

Annacarla Valeriano- Malacarne. Donne e manicomio nell’Italia fascista

Simona Vinci -La prima verità