“Le vite degli altri” | “i documenti per papà”

“Fai prendere i documenti a mio papà”. La voce e’ squillante e lo sguardo e’ vispo ed ha la felicità di chi ha tutta la vita davanti.
Non credo si renda conto di cosa siano i “documenti”. Come fa a rendersi conto una bambina di sei anni nata in Italia da mamma marocchina e papà tunisino, che il papà non ha più il permesso di soggiorno e che non potrà stare più con loro? Come spiegare una cosa così assurda ad una bambina di sei anni?

Lui è un bravo papà. Lo si capisce. Viene spesso da me assieme alla bimba. Lo capisco subito che è un bravo papà. E lo capiscono anche gli assistenti sociali che lo seguono nell’affidamento in prova ai servizi sociali.
Perché si: lui ha scontato una pena per diversi reati. Sono tanti e tutti inerenti gli stupefacenti. Sempre lo spaccio di quella maledetta polvere bianca.
Diverse condanne per diversi errori del passato.
Ma la nascita della figlia lo cambia. Basta così. Basta con quella maledetta polvere bianca. Basta col venderla. Basta col consumarla.
Lavora adesso. I servizi sociali gli hanno trovato un posto. E lavora sodo. Si fa ben volere anche dal suo datore.
Si comporta bene. Liberazione anticipata ed ecco il fine pena.
Ma i precedenti penali erano tanti e non consentivano il rinnovo. Ed ecco arrivare quella brutta parola che tanto odiamo ma che da il senso: clandestinità.
Vuole lavorare. Ed il lavoro lo avrebbe anche. Ma non ha il permesso ed ha una espulsione misura di sicurezza. E’ socialmente pericoloso, scrisse il giudice: i reati erano tanti.
Non era facile risolvere.
Ma lui era cambiato, era diverso, voleva un gran bene alla figlia.
Lo scrissero i servizi sociali nella loro relazione e venne quindi revocata l’espulsione misura di sicurezza.
Ma rimaneva il problema del permesso. Non dormiva. Era disperato di non poter contribuire al mantenimento della famiglia. La sola a lavorare era la moglie, nonostante il suo handicap.
Andiamo al tribunale per i minori. Qui c’è la figlia piccola. Ha bisogno del suo papà. Date lui un permesso.
Ma i precedenti erano tanti ed il giudice non lo ritiene un buon padre.
La soluzione arriva, però. Ed arriva da Roma.
Lei, la moglie, aveva presentato domanda di cittadinanza italiana. Domanda ferma da cinque anni, nonostante il termine di legge sia di due anni.
Sollecitiamo. Scriviamo. Arriva il decreto di concessione cittadinanza. Giuramento. Ora lui è marito di cittadina italiana: ha diritto ad un permesso di soggiorno.

“Da grande voglio fare pure io l’avvocato”. La voce e’ sempre squillante. Lo sguardo e’ sempre vispo.
Non può aver capito tutte queste vicende da adulti, fatte di giudici, questura, ministero.
Ma ha capito che deve esser accaduto qualcosa di bello. Lo capisce vedendo che il papà adesso e’ sereno. E ne è felice.