27 Giugno 2020

Riqualificazione e “mutualismo conflittuale”

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Sono anni che si sente parlare di riqualificazione urbana, termine sbandierato da più o meno tutte le amministrazioni per legittimare interventi all’interno di aree cittadine.

Nella maggior parte dei casi si tratta di opere di gentrificazione, mega progetti finalizzati alla costruzione di palazzoni con tanto di fantomatiche aree smart, paradiso per palazzinari e mafie; in altri casi si tratta di vere e proprie azioni di pulizia etnica volte a “ripulire” zone della città, mettendo nello stesso calderone di spacciatori e affini tutte una serie di soggettività, per così dire, “scomode”.

Dietro la logica della riqualificazione urbana, quindi, si annida il concetto di decoro. Perché riqualificare vuol dire anche (e soprattutto) imporre un certo modo di vivere gli spazi pubblici, regole di comportamento, se non anche come vestirsi ecc. Il modello dominante cui ispirarsi è quello del maschio-bianco-produttivo, ovvimente.

Ma veniamo a noi.

Riqualificare può voler dire anche altro (e nel nostro caso “altro” vuol dire opposto): restituire alla cittadinanza spazi e beni comuni, sottraendoli alle logiche del mercato e del profitto e rendendoli concretamente agibili per tutte e tutti.

La differenza è enorme. L’obiettivo in questo caso è vivere la città, i quartieri, i parchi; farlo in sicurezza, laddove per sicurezza si intende non dover avere paura delle provocazioni delle forze dell’ordine (si veda, tra gli altri, il caso dei compagni napoletani), stare in aree curate e agibili ecc.

Proprio in questo senso si muove l’iniziativa di Perugia Solidale che venerdì 26 ha ripulito un’area verde a ridosso del centro storico. L’iniziativa si inserisce nel percorso di mutualismo conflittuale che diversi gruppi di precari autorganizzati (l’associazione Spesa Solidale, gli Operatori Sociali Autorganizzati e tutte una serie di soggettività) stanno portando avanti da tempo.

Come si legge dal comunicato, l’iniziativa ha sollevato un duplice problema:

“[…] da un lato la presenza di spazi pubblici usufruibili dalla collettività lasciati al degrado, dall’altro la presenza di una platea di disoccupati in città che necessitano di un lavoro retribuito dignitosamente, che potrebbe essere garantito attraverso progetti di pubblica utilità finanziati dalle istituzioni locali.”

Già, perchè accanto a tutti questi discorsi si annida il problema di fondo dell’assenza di lavoro.

Se le amministrazioni comunali proprio vogliono parlare di riqualificazione, partissero da queste proposte. Troppe aree lasciate a se stesse e troppe persone senza un reddito.

Attenzione, si parla di lavoro, quello vero, riconosciuto, retribuito e tutelato, non di “baratto”, un altro modo per legittimare il tanto caro lavoro invisibilizzato.

In attesa di risposte, che realisticamente sappiamo tarderanno ad arrivare, l’autorganizzazione è sicuramente la via da percorrere.


Di seguito alcuni contributi dalla mattinata con Perugia Solidale

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